Ha superato il giro di boa in Sardegna, nel golfo dell’Asinara, il progetto Strong Sea Life contro la minaccia delle reti da pesca abbandonate o perse in mare. “Siamo estremamente soddisfatti. Forse siamo andati anche oltre le nostre aspettative, sia per quanto riguarda la quantità di reti recuperate, sia per quanto riguarda l’habitat tutelato”, spiega la responsabile Serena Lomiri di Ispra a Phaseout Magazine.
Il progetto è partito a dicembre del 2021, ha una durata di cinque anni e gode di un importante contributo da parte dell’Unione europea: 2,8 milioni di euro. Rientra infatti nel programma Life, uno dei programmi “storici” della Commissione Europea e principale strumento finanziario dell’UE dedicato all’ambiente. Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, ha ideato il progetto e lo coordina con 5 partner associati.

Strong Sea Life: un progetto di cinque anni nel golfo dell’Asinara
“Proprio a maggio abbiamo fatto la visita di monitoraggio e una precisa quantificazione del lavoro svolto finora – spiega Serena Lomiri -. Nell’area di progetto, il Golfo dell’Asinara, sono state recuperate quattro tonnellate di reti grazie alle segnalazioni dei pescatori e grazie al lavoro istituzionale del Corpo forestale e di vigilanza ambientale, uno dei partner del progetto”.
Le reti fantasma rappresentano un rifiuto a tutti gli effetti. Strong Sea Life prevede per loro un percorso specifico di riutilizzo. “Le reti in condizioni migliori, perse da poco e più pulite, vengono utilizzate per creare altri oggetti. Una cooperativa di Nuoro che si chiama Desacré e che lavora nel sociale, nelle carceri e con ragazzi disabili, composta da sole donne, ha realizzato braccialetti, borse, agende e anche un abito scultura esposto al momento alla sede del Parco dell’Asinara”.
“Invece, le reti che non sono in condizioni riutilizzabili vanno a un impianto di riciclo che si trova a Pordenone, Da queste vengono creati dei pannelli che a loro volta sono utilizzati per fare pavimentazione stradale, panchine, vasi, fioriere. L’aspetto interessante di questo riutilizzo è che è prevista una forma di tracciabilità. Su questi pannelli viene inserito un QR code, il quale permette di conoscere l’esatta ubicazione del punto in cui è stata recuperata la rete con cui è stato fatto quel pannello. In generale, per noi è importante che queste reti non finiscano in un cassonetto, il termovalorizzatore è l’ultima spiaggia per gli scarti che non si riescono a recuperare”.


Obiettivo è tutelare due habitat sensibili: la posidonia oceanica e il coralligeno
L’obiettivo principale di Strong Sea Life è la tutela di due importanti habitat sensibili. Come spiega sempre Lomiri: “A metà progetto nel Golfo dell’Asinara abbiamo migliorato lo stato di conservazione di dieci ettari di posidonia e di tre ettari di coralligeno. Finora abbiamo effettuato 17 interventi di rimozione e 8 campagne di aggiornamento: ogni tre mesi intervistiamo i pescatori per sapere se hanno perso o avvistato reti”.
“Ispra verifica ogni segnalazione – prosegue Lomiri – con il Rov, il robot subacqueo, per determinare se effettivamente c’è una rete e in che condizioni si trova. Non sempre si procede con il recupero; molto spesso è meglio inattivare la rete, specialmente se è ben integrata nell’habitat. Se la strappassimo rischieremmo di causare un danno maggiore”.
In questo caso si procede quindi all’inattivazione della rete: “Facciamo scendere subacquei che tagliano le parti pericolose che potrebbero rappresentare un pericolo sia per la vita sottomarina che per la navigazione, le rendiamo inoffensive, rimuoviamo il maggior numero di rifiuti possibile, ma lasciamo sul posto ciò che è integrato o ha ospitato organismi”.



Strong Sea Life, dopo il golfo dell’Asinara anche Civitavecchia, Toscana e Corsica
Ma non finisce qui: “Ogni sito in cui effettuiamo la rimozione e l’inattivazione delle reti viene monitorato. Torniamo regolarmente per verificare il recupero dell’habitat. Sono habitat che crescono lentamente, quindi ci vorranno anni di monitoraggio”. I primi risultati positivi sono già visibili. “Nel ottobre 2022 abbiamo effettuato un recupero molto significativo su una prateria di Posidonia, soffocata da un chilometro di rete. Successivamente siamo tornati tre volte per controllare la situazione e la posidonia stava effettivamente riprendendo vigore; i canali formatisi si stavano riempiendo di nuove piante”.
Il progetto Strong Sea Life non resterà limitato al Golfo dell’Asinara. “Interverremo anche in altri siti con problemi simili e con le stesse caratteristiche ambientali, replicando il protocollo di intervento che abbiamo sviluppato. Questo avverrà tra il 2025 e il 2026, prima della fine del progetto, a Civitavecchia, in Toscana a Calafuria (Livorno) e in Corsica a Calvi. Nel frattempo stiamo cercando di entrare in contatto con altre realtà alle Canarie, in Grecia e in Croazia”.
Da Strong Sea Life emergerà un protocollo. “Alla fine avremo messo a punto un protocollo perfetto, volto ad affrontare la minaccia delle reti abbandonate o perse in mare nell’ottica della tutela ambientale. Saranno delle linee guida che verranno diffuse il più possibile affinché qualunque ente di ricerca o istituto competente che affronti questa problematica sappia come agire”.


Un team composto da sub, biologi e personale tecnico
Come è nata l’idea di Strong Sea Life? “Tutto partì da un dialogo con un produttore di reti da pesca con cui stavamo collaborando per un altro progetto di Ispra”. Fu una sorta di appello: “Se potete, fate qualcosa per le reti perse in mare, ce ne sono tantissime”. Davanti a questa richiesta, Ispra ha condotto una serie di ricerche e verifiche, dalle quali è emerso che il problema era effettivamente reale e significativo. “Ci sono voluti poi due anni per sviluppare il progetto, che è stato finanziato”.
Secondo una ricerca, “il 10% del marine litter è costituito da questo tipo di attrezzature”. Le reti perse o abbandonate impattano sull’ambiente e rappresentano un pericolo per la navigazione e “un danno socioeconomico se si depositano su tratti di costa utilizzati per il turismo o per l’edilizia”.


“Abbiamo rimesso in mare polpi, scorfani, crostacei ancora vivi”
Le operazioni di recupero in mare coinvolgono un team di 5 sommozzatori della Polizia di Stato, due sommozzatori di Ispra, 2-3 biologi e altre figure (comandante, marinai, tecnico Rov). “Inoltre, abbiamo sempre il supporto di un’imbarcazione del Corpo forestale, che per noi rappresenta un grande sostegno e garantisce maggiore sicurezza quando i sommozzatori sono in acqua”.
Sulla barca inizia una serie di operazioni di misurazioni, registrazioni e catalogazioni. “Abbiamo recuperato di tutto, dai pezzi di rete di 10 metri alle reti di 300, 400, 700 metri e persino un chilometro. “. Gli organismi vivi, liberati: “Abbiamo rimesso in mare polpi, scorfani, crostacei“. Dopodiché la barca ritorna in porto. “Qui, gli operatori del nostra partner che gestisce il riciclo misurano la lunghezza della rete, la pesano e iniziano la separazione dei materiali. Le reti sono composte da ferro, plastica, piombo; ci sono anche cime e corde”.
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