Milano, Perugia, Roma, Firenze e Potenza. Ma anche Ispra, Borgarello (Pavia) e Olgiate Olona (Varese). Sono alcune delle città italiane che il 18 ottobre, in occasione della nona edizione del Repair Day, ospiteranno eventi e laboratori dedicati alla cultura della riparazione. I cittadini potranno potranno recarsi presso le sedi dei vari Repair Cafè portando con sé lampade rotte, macchine del caffè danneggiate, vecchie radio o tv fuori uso e cimentarsi con la cassetta degli attrezzi.
L’evento, creato da Restart Project, nasce per promuovere il diritto a riparare e contrastare l’obsolescenza dei prodotti, con focus è sui software. Un evento globale: oltre quaranta Paesi e più di tremila appuntamenti. In Italia molte attività si sono già svolte nel corso della settimana – la prima a Orvieto, durante il “Triple Sound Festival”, seguita da Reggio Calabria con “Riparare è prendersi cura” e da Trento – mentre altre proseguiranno nei prossimi giorni, come il “Riuso Party” di Bologna del 25 ottobre, dove si potranno scambiare abiti, accessori e oggetti ancora in buono stato, o l’evento di “smonting” a Firenze il 19 ottobre, pensato per scoprire come sono fatti gli elettrodomestici al loro interno (clicca qui per la mappa).

Repair Day 2025, oltre tremila eventi in 40 Paesi del mondo
I riparatori e le riparatrici dei Repair Café saranno a disposizione per dare nuova vita agli oggetti portati dai cittadini. “Chiunque può partecipare, portando con sé qualunque oggetto riesca a trasportare da casa – spiega Ugo Vallauri, fondatore di Restart Project –. Non è solo un’occasione per far riparare qualcosa di rotto, ma per imparare insieme come farlo. Si comincia con piccoli gesti – prendere in mano un cacciavite, capire come è fatto un oggetto – e piano piano si acquisisce sicurezza, curiosità, autonomia. Col tempo, si diventa capaci di aiutare anche gli altri a fare lo stesso”.
Nel 2025 l’attenzione è rivolta a “tutti quei casi in cui l’obsolescenza software riduce la vita di computer e dispositivi, spingendo le persone a sostituire prodotti che funzionano ancora”. La “miccia”, spiega Vallauri, “è stata la fine del supporto a Windows 10”, il sistema operativo che Microsoft sta progressivamente mandando in pensione, “ma che oggi continua a girare su circa il 40% dei dispositivi nel mondo”.
Il Repair Day come una metaforica “ribellione” contro i messaggi delle aziende “che cercano di convincerci che, quando smettono di supportare un software, l’unica soluzione sia comprare un computer nuovo compatibile con il loro sistema operativo”. Ma anche come una giornata di “festa” e di condivisione: “Un modo per ritrovarsi, per non sentirsi soli di fronte a scelte che spesso creano ansia. Comprare un prodotto nuovo può sembrare rassicurante, ma imparare qualcosa, fare nuove amicizie o capire come funziona uno strumento che prima non conoscevamo può dare una sicurezza più profonda”.
Vallauri indica poi tre mosse per contrastare l’obsclescenza dei prodotti digitali: “Prima di tutto – risponde Vallauri – possiamo agire politicamente: come grande coalizione globale chiediamo che sia vietato per legge smettere di sostenere un software ancora utilizzato da milioni di persone. Ma possiamo anche reagire in modo pratico, imparando insieme le alternative che esistono: software liberi e gratuiti, con cui computer di nove o dieci anni fa continuano a funzionare benissimo, pur non essendo più supportati da Microsoft o Apple. Oppure capire come mantenere in sufficiente sicurezza i dispositivi che abbiamo, senza cedere alla logica per cui bisogna sempre comprarne di nuovi”.
Dalle attività comunitarie fino alle istituzioni europee
“Esiste un movimento globale di migliaia di gruppi che, in giro per il mondo – prevalentemente in Europa, Nord America, Australia e Nuova Zelanda, ma in numero crescente anche in America Latina, Asia e Africa – si battono per dire positivamente no all’obsolescenza prematura dei prodotti”, racconta Vallauri.
Restart Project è la piattaforma che raccoglie centinaia di questi gruppi. “Abbiamo deciso di partire dalla forza delle attività comunitarie, come quelle dei Repair Café, per portare alla ribalta politica il tema della scarsa riparabilità dei beni di consumo”, spiega. In questi spazi – aggiunge Vallauri – le persone imparano a riparare insieme, ma spesso si scontrano con limiti concreti: “progetti di design che rendono difficile l’apertura dei dispositivi, la mancanza di pezzi di ricambio o il loro costo troppo alto”.
Negli anni, il movimento si è affacciato anche sulla scena delle istituzioni europee. “Sei anni fa, insieme ad altre organizzazioni, abbiamo creato la coalizione Right to Repair Europe, che oggi riunisce 180 realtà di 30 Paesi e rappresenta uno dei referenti più credibili della società civile su questo tema”.
Riparazioni, il 96% dei prodotti ancora senza una legislazione attiva
La strada, però, resta in salita. “Molto spesso le case produttrici hanno interessi molto diversi da quelli dei cittadini e delle associazioni che si battono per l’ambiente e la riparabilità”, osserva Vallauri. “A questo si aggiunge la profonda lentezza del processo legislativo rispetto alla velocitò del cambiamento climatico”.
Cita come esempio la legge europea sulla progettazione ecosostenibile di smartphone e tablet: “Ce ne occupiamo dal 2020, ma i primi frutti si vedono solo ora, con i modelli usciti sul mercato da giugno”, spiega. “D’ora in poi i produttori devono garantire aggiornamenti software per almeno cinque anni da quando il prodotto smette di essere venduto e assicurare la disponibilità di pezzi di ricambio per almeno sette anni, anche a riparatori indipendenti e, in alcuni casi, agli stessi cittadini”.
Eppure resta molto da fare: “Il 96% dei prodotti che vengono portati ai Repair Café non è ancora coperto da alcuna legislazione attiva”.
Italia, 300mila microimprese
“Dal punto di vista dell’economia della riparazione, l’Italia ha ancora un tessuto importante di operatori indipendenti che svolgono questo lavoro professionalmente”, spiega Vallauri. “Secondo i dati di Confartigianato sono oltre 300mila le microimprese, spesso a conduzione individuale. In Europa siamo secondi solo alla Germania: è un patrimonio che dobbiamo evitare di perdere”.
Diverso il quadro dell’economia circolare volontaria: “In Germania, con 80 milioni di abitanti, si contano circa mille Repair Café; in Italia, con 60 milioni di abitanti, appena una cinquantina. Sono realtà vivaci, ma che avrebbero bisogno di molto più sostegno pubblico e privato. Siamo fiduciosi che cresceranno ancora”, aggiunge Vallauri.
A proposito di incentivi, Vallauri sottolinea che un grande aiuto potrebbe arrivare dalla direttiva europea sul diritto alla riparazione, che permette ai Paesi membri di introdurre agevolazioni economiche capaci di ridurre fino al 50% il costo delle riparazioni commerciali. “Sarebbe una misura concreta per incoraggiare i cittadini a scegliere la riparazione invece della sostituzione”, spiega. “Ma al momento non sembra che l’Italia intenda adottarla”.
