L’Italia resta tra i leader europei dell’economia circolare, ma sugli investimenti “il trend è piuttosto statico”. È uno dei messaggi lanciati ieri da Edo Ronchi, presidente della fondazione per lo sviluppo sostenibile, durante la presentazione del rapporto sull’economia circolare 2026, alla biblioteca nazionale centrale di Roma.
Ronchi ha spiegato che il rapporto viene elaborato “in un contesto internazionale particolarmente critico, quasi un eufemismo”, segnato da guerre, aumento dei prezzi dell’energia fossile, tensioni geopolitiche, crescita dei nazionalismi, dazi e restrizioni commerciali. “Si parla molto delle misure di Trump, ma sono la punta di un iceberg, di un processo molto più ampio”, ha affermato. Secondo il presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile, si continua a parlare soprattutto dei prezzi di petrolio e gas, mentre viene spesso trascurato “il tema dell’approvvigionamento delle materie prime”, sempre più esposto a volatilità dei prezzi e difficoltà di reperimento.

“Una maggiore circolarità non è solo un fattore di sostenibilità, ma anche un fattore indispensabile per ridurre la vulnerabilità e aumentare la resilienza delle nostre economie”, ha spiegato Ronchi. Il focus del rapporto riguarda proprio “la circolarità come sfida strategica per Europa e Italia” nel nuovo contesto globale. Tra gli approfondimenti inseriti nel documento ci sono anche uno studio sul ruolo di comuni e regioni nella transizione circolare e un focus sulla gestione circolare delle risorse idriche, curato da Enea.
Secondo Ronchi, aumentare la circolarità è oggi necessario “per disaccoppiare lo sviluppo dall’aumento del consumo di materia ed energia”. Nel 2024 l’Europa ha consumato circa 6,6 miliardi di tonnellate di materiali tra minerali, fossili e biomasse e il 22,4% proveniva dalle importazioni. Nonostante i numerosi provvedimenti europei adottati negli ultimi anni, la dipendenza sarebbe diminuita “solo dell’1%” rispetto al 2019. “Questa dipendenza è molto forte nei fossili europei, dipendiamo per il 75% dalle importazioni”, ha osservato Ronchi, aggiungendo che anche per i metalli la dipendenza raggiunge il 49%.

Nel passaggio dedicato alle materie prime critiche, Ronchi ha ricordato che oggi sono 34 quelle classificate come critiche e 17 quelle considerate strategiche per i settori più innovativi e per la transizione energetica. “Quando si parla di queste materie si pensa all’estrazione, ma sono critiche anche le attività di raffinazione”, ha spiegato. “La Cina controlla il 95% della raffinazione della grafite, il 78% di quella del cobalto e oltre il 90% delle terre rare”. Secondo Ronchi, si tratta di “un fattore di vulnerabilità” per l’Europa.
Il presidente della Fondazione ha citato anche due rapporti pubblicati ad aprile, uno dell’Ocse e uno della Banca europea per gli investimenti. Il primo, basato sull’analisi delle restrizioni all’export delle materie critiche dal 2009 al 2024, quindi ancora prima della crisi di Hormuz, mostra che dazi, limitazioni quantitative e divieti di esportazione “sono aumentati di cinque volte”. “Siamo in presenza di un processo strutturale di restrizione del mercato globale di questi materiali”, ha osservato Ronchi.

Secondo il presidente della fondazione per lo sviluppo sostenibile, alcuni materiali risultano particolarmente colpiti dalle restrizioni commerciali: il 70% dell’export mondiale di cobalto e manganese è soggetto a restrizioni, così come il 47% della grafite, il 45% delle terre rare e il 41% dello stagno. “Questo comporta aumento dei prezzi, riduzione della disponibilità e rischi per la sicurezza economica e degli approvvigionamenti”, ha spiegato.
Ronchi ha sottolineato che proprio in questo scenario l’economia circolare “non è solo una politica ambientale, ma una strategia industriale e geopolitica per la sicurezza degli approvvigionamenti”. Una maggiore circolarità porterebbe benefici in termini di minore dipendenza dalle materie prime estere, maggiore sicurezza economica europea, riduzione delle emissioni, innovazione industriale e competitività globale.

Nel suo intervento Ronchi ha ricordato che l’Europa ha già adottato diversi provvedimenti per accelerare la transizione circolare, dalla direttiva quadro sui rifiuti al regolamento sugli imballaggi, passando per batterie, ecodesign e diritto alla riparazione. “Ma il punto è che la velocità del cambiamento è troppo lenta”, ha detto. Il tasso di utilizzo circolare della materia nell’Ue è infatti passato dall’11,1% del 2019 al 12,2% attuale. “Con il ritmo attuale il target europeo del 24% ce lo scordiamo”, ha avvertito Ronchi, sottolineando l’attesa per il nuovo circular economy act europeo previsto entro fine anno.
Passando all’Italia, Ronchi ha evidenziato che il Paese presenta una dipendenza di import di materiali (minerali, fossili, biomasse) del 46,6%, superiore al 39,5% della Germania. “La dipendenza cala poco, solo 2,3 punti rispetto al 2019”, ha spiegato. Anche quando i volumi complessivi diminuiscono, però, “l’esborso che abbiamo sostenuto è aumentato di circa un quarto”, mentre quello per i metalli è cresciuto del 18%.

“L’Italia ha un tasso di utilizzo circolare della materia del 21,6%, il migliore tra i grandi Paesi europei”, ha spiegato Ronchi, attribuendo questo risultato soprattutto “al peso che ha il riciclo in Italia”. Il presidente della Fondazione ha ricordato anche che il consumo di materiali per abitante resta inferiore alla media Ue: 10,1 tonnellate contro 13,7. La produttività delle risorse raggiunge invece 4,7 euro per chilogrammo, contro i 3 euro della media europea e i 3,9 euro della Germania. “Siamo meglio anche della Germania”, ha osservato.
Secondo Ronchi, però, “il trend è un pochino più lento” rispetto ad altri Paesi europei. L’Italia registra infatti una crescita del 32%, mentre la Germania arriva al 45%. “La velocità della Germania è importante come comparazione”, ha spiegato il presidente della Fondazione.
Il punto più critico riguarda però gli investimenti nell’innovazione circolare. “Gli investimenti in attività tipiche della circolarità, come riciclo, riutilizzo e riparazione, sono bassi in rapporto al Pil e hanno un andamento piuttosto statico”, ha detto Ronchi. “Abbiamo buone performance, ma attenzione: stiamo investendo troppo poco nell’innovazione in direzione della circolarità”.


Ronchi ha ricordato inoltre che la produzione pro capite dei rifiuti “non è diminuita, ma è aumentata seppure di poco”. Sul riciclo urbano, invece, l’Italia mantiene “un buon livello”, pur restando sotto il target europeo del 55%: “Noi siamo al 52,3%, mentre la Germania è al 66%”.
Secondo il presidente della Fondazione, l’Italia resta comunque “leader per indicatori di circolarità”, seconda solo ai Paesi Bassi, ma rischia di perdere terreno proprio sul fronte degli investimenti e dell’innovazione. “Noi siamo sostanzialmente stabili, ma la Germania negli stessi anni è migliorata di cinque posizioni”, ha osservato.
In conclusione Ronchi, nome del circular economy network, ha avanzato dieci proposte per accelerare la transizione circolare: creare un mercato unico delle materie prime seconde; rafforzare gli sbocchi di mercato delle materie prime seconde; promuovere una progettazione più circolare dei prodotti puntando su durabilità, riparabilità, riciclabilità e utilizzo di materiali riciclati; estendere la responsabilità dei produttori a tutte le filiere; introdurre incentivi fiscali per riparazione, riuso e ricondizionamento; rafforzare l’utilizzo degli appalti pubblici in chiave circolare; favorire alleanze industriali tra produzione e riciclo; valorizzare il ruolo di città e regioni; mobilitare investimenti pubblici e privati per l’economia circolare; promuovere maggiore cooperazione internazionale sulle filiere circolari.

Proprio sugli investimenti Ronchi ha richiamato uno studio della Banca europea per gli investimenti secondo cui tra il 2025 e il 2040 serviranno in Europa circa 82 miliardi di euro aggiuntivi l’anno per raggiungere i target europei sulla circolarità. “Bisogna muovere fondi europei, promuovere un maggiore ricorso alla finanza mista pubblica e privata e mobilitare una maggiore capacità di investimenti privati”, ha concluso.
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