Nucleare in Italia, dopo l’approvazione del disegno di legge delega, il presidente del Gse Paolo Arrigoni auspica “che i decreti attuativi possano vedere la luce quanto prima, in modo tale che si possa iniziare a lavorare per sviluppare il potenziale e le infrastrutture di base, tra cui l’Autorità indipendente per la sicurezza, ma anche il tema del deposito dei rifiuti radioattivi”.
Arrigoni è intervenuto il 6 maggio al primo convegno nazionale dell’Ispettorato nazionale per la sicurezza e la radioprotezione, dal titolo “Isin, dall’esperienza pregressa ai nuovi scenari per garantire efficienza e sicurezza”. Non è un caso che il presidente abbia posto l’accento proprio sull’Autorità: la legge delega prevede infatti la nascita di un organismo indipendente per la sicurezza nucleare, con il compito di validare e sorvegliare il rispetto delle norme tecniche secondo le migliori prassi europee e internazionali. La delega apre due scenari: il riordino o la soppressione degli enti con competenze sul tema. “Io sono per il riordino, per l’evoluzione dell’esistente, perché tante competenze che si sono formate in Isin non debbano disperdersi”, ha spiegato Arrigoni.
“Il nucleare in Italia non è antagonista delle rinnovabili”
Nel suo intervento, il presidente del Gse ha poi chiarito che il nucleare “non va visto come antagonista alle rinnovabili”. Al contrario, ha detto, “è un elemento di coppia imprescindibile”: le tecnologie trainanti della transizione – eolico e fotovoltaico – sono sì fondamentali, ma non programmabili. “Oggi il carico di base è affidato alle centrali turbogas, e importiamo il gas per il 96%”, ha ricordato Arrigoni. “Il nucleare può dare stabilità al sistema e rafforzare la nostra indipendenza energetica”. Nel 2023, l’Italia ha avuto una dipendenza energetica dall’estero pari al 75%, contro una media europea del 57%. Per Arrigoni è un dato da non sottovalutare, se si vuole “un sistema sicuro, competitivo, anche per i bilanci delle famiglie e delle amministrazioni pubbliche”.

La sfida dei consumi elettrici e l’obiettivo Net Zero
Il nucleare in Italia, secondo il Gse, è strategico anche per rispondere all’aumento della domanda elettrica, dovuto alla digitalizzazione, ai data center, all’intelligenza artificiale, alla produzione di idrogeno e alla progressiva elettrificazione dei consumi. “Serve anche per produrre calore a basse emissioni e arrivare alla decarbonizzazione entro il 2050. Il binomio rinnovabili-nucleare è fondamentale”.
Contesto internazionale favorevole
“L’Agenzia internazionale dell’energia da anni spinge per più nucleare nel mix. E la COP28 ha riconosciuto il nucleare come elemento chiave per la decarbonizzazione. In Europa è stato inserito nella tassonomia green nel 2022, e sono partite le prime alleanze industriali sugli SMR (Small Modular Reactors)”. Anche in Italia si stanno muovendo passi concreti. “Abbiamo una piattaforma nazionale sul nucleare sostenibile. Il Pniec aggiornato prevede due scenari, entrambi con il nucleare. A settimane partirà una Newco. È una sfida strategica raccolta da utility pubbliche e da una filiera industriale italiana che non ha mai abbandonato questo settore”, ha detto Arrigoni.
Il nodo delle compensazioni ai territori
Il presidente del Gse, Arrigoni, ha infine sottolineato la necessità di lavorare sull’accettabilità sociale del nucleare in Italia: “Servono dibattiti seri, una campagna informativa importante, coinvolgere i territori”. Ma anche ripensare al modo in cui vengono erogate le compensazioni ambientali ed economiche: “Non possiamo pensare di riconoscerle solo a impianto costruito. Occorre stabilire nuovi criteri, e prevedere compensazioni già nella fase in cui un territorio accetta di ospitare un’infrastruttura strategica come un impianto nucleare”.
Nucleare in Italia, Arrigoni: “Guardiamo alla Francia, non alla Germania”
Arrigoni ha concluso con un confronto diretto: “Se confrontiamo l’intensità carbonica della Francia, che ha mantenuto il nucleare, con quella della Germania, che lo ha abbandonato tornando al carbone, vediamo che la Germania ha un’intensità dieci volte più alta. Il modello da seguire è la Francia – non certo con un 65% di nucleare nel mix come loro, ma con uno scenario realistico come quello del PNIEC, all’11% o al 22%”.
