“Non basta più l’aspirazione etica al riciclo, ora servono strumenti economici e una regolazione che tenga conto delle condizioni reali dei mercati”. Sono le parole del presidente di Assoambiente Chicco Testa al termine della presentazione della nuova edizione di Italia che ricicla. Il rapporto annuale promosso dell’associazione dei servizi ambientali e dell’economia circolare, arriva in un momento decisivo per quest’ultimo settore. L’Italia continua a distinguersi in Europa per le performance sul riciclo, ma il quadro del 2025 mette in luce “fragilità” crescenti e “dinamiche” che rischiano di rallentare il percorso verso la circolarità.
“Pur avendo performance tra le migliori in Europa, quest’anno il sistema italiano ha iniziato a mostrare alcune debolezze. Servono attenzione e una strategia industriale chiara, capace di valorizzare il contributo del riciclo anche alla decarbonizzazione”, ha spiegato in apertura dell’incontro il direttore Elisabetta Perrotta.
L’Italia che ricicla 2025: presentato lo studio di Assoambiente-Ref

Ha parlato anche il presidente di Unicircular, Paolo Barberi: “Le nostre aziende crescono e forniscono materia prima seconda a un Paese che ha storicamente poche materie prime. Ma l’economia circolare si compie solo quando il prodotto riciclato trova sbocco sul mercato”. Da qui la richiesta di introdurre strumenti economici e fiscali, incentivi, e anche un possibile certificato del riciclo, per consolidare la domanda e rendere il sistema più stabile e competitivo.

L’Italia che ricicla: punti di forza e debolezza
A curare la fotografia dei dati, Donato Berardi di Ref Ricerche, partendo dal nuovo indicatore europeo: il tasso di circolarità dell’economia. L’Italia sale al 22,4%, quasi il doppio della media europea ferma al 12%. “Un progresso che conferma la vitalità del nostro riciclo, ma che non deve nascondere le debolezze del restante 80% dell’economia”, avverte Berardi. Ed è qui che emergono tre nodi strutturali.

Primo nodo: l’accumulo di materiali nelle infrastrutture e nell’edilizia. Il settore delle costruzioni assorbe enormi quantità di materia vergine e produce metà dei rifiuti nazionali. Il mercato degli inerti riciclati fatica però a trovare sbocchi adeguati, nonostante il loro potenziale. Accelerare su rigenerazione urbana, recupero edilizio e riduzione del consumo di suolo diventa quindi essenziale per aumentare l’uso di aggregati riciclati e ridurre l’estrazione da cava.
Secondo nodo: la persistenza della discarica. In Italia rimangono ancora margini per migliorare sia il recupero di materia sia quello energetico. Ogni tonnellata che finisce in discarica rappresenta materia ed energia perdute, oltre a un freno al raggiungimento degli obiettivi europei. Efficienza impiantistica e semplificazioni autorizzative sono considerate leve decisive.
Terzo nodo: la dipendenza dalle importazioni di combustibili e fertilizzanti fossili. Per alzare il tasso di circolarità occorre sostituire questi ingressi con alternative rinnovabili: biocarburanti da un lato, fertilizzanti organici dall’altro. Ma i compost e gli ammendanti derivati dalla frazione organica incontrano ancora barriere culturali e di mercato che ne limitano la diffusione. Superarle significa potenziare un tassello chiave della circolarità nazionale.

La crisi dei settori plastica e tessile
Il rapporto approfondisce poi lo stato di salute delle imprese. Il settore vale 5,6 miliardi l’anno, ma l’80% del fatturato è generato da circa cento operatori. Le piccole imprese mostrano grande capacità di adattamento ma faticano ad accedere al credito, mentre alcune filiere vivono crisi ricorrenti. Nella plastica pesa la concorrenza di materiali vergini a basso costo provenienti dall’Asia, favorita da costi energetici nettamente inferiori e norme ambientali meno stringenti. Nel tessile, l’avvio della raccolta differenziata obbligatoria in tutta Europa ha creato un eccesso di offerta e un peggioramento della qualità dei materiali raccolti.

Testa: “Non basta più l’aspirazione etica al riciclo, servono strumenti economici”
In chiusura, il presidente di Assoambiente Chicco Testa invita a una riflessione più ampia: “Siamo in presenza di un cambio di fase. Non basta più l’aspirazione etica al riciclo: servono strumenti economici e una regolazione che tenga conto delle condizioni reali dei mercati”. Testa mette in guardia dai rischi di obiettivi europei fissati senza adeguata valutazione degli impatti, come già avvenuto in altri settori del Green Deal, e richiama la necessità di un equilibrio tra sostenibilità, competitività e autonomia industriale. “Abbiamo investito miliardi, ma non abbiamo ottenuto leadership tecnologica: questo deve farci riflettere”.
Italia che ricicla 2025 mostra quindi un Paese leader nel riciclo, ma ancora esposto a pressioni economiche, concorrenza globale e limiti strutturali. Per trasformare questa eccellenza in una vera economia circolare serviranno visione industriale, nuovi strumenti europei e politiche capaci di far crescere un mercato che premi davvero i materiali riciclati.
