Solo 43 dei 153 Paesi che condividono fiumi, laghi o falde con altri Stati dispongono di accordi operativi che coprono almeno il 90% delle acque transfrontaliere. È uno dei dati emersi al Forum Euromediterraneo dell’Acqua di Roma nel confronto dedicato all’idrodiplomazia e alla gestione delle risorse condivise.
Francesca Bernardini, segretaria della Convenzione Unece sulle acque transfrontaliere, ha citato la cooperazione tra Italia e Svizzera sui laghi Maggiore e Ceresio. In una fase critica, grazie a un’intesa già esistente tra i due Paesi, i rilasci d’acqua sono stati aumentati da 3 a 8 metri cubi al secondo. “La cooperazione non si improvvisa sotto pressione”, ha sottolineato Bernardini: gli accordi devono essere costruiti prima delle emergenze, stabilendo regole, sistemi di scambio delle informazioni e organismi in grado di assumere decisioni comuni.
Sul medesimo asse Italia-Svizzera è tornato Marco Riccardo Rusconi, direttore dell’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo, richiamando il sistema del Lago Maggiore-Ticino. Rusconi ha sottolineato in particolare la condivisione dei dati tra i territori a monte e quelli a valle: conoscere disponibilità della risorsa, fabbisogni e utilizzi consente alle diverse parti di intervenire sulla gestione dell’acqua sulla base delle stesse informazioni.
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“Non possiamo continuare a ragionare con un approccio a silos”, ha osservato Rusconi. Per il direttore di Aics, intervenire su un singolo problema senza considerare gli effetti sul resto del territorio rischia di produrre risultati limitati. Da qui la necessità di una gestione integrata, soprattutto quando la stessa risorsa attraversa più territori o più Stati.
Pedro Arrojo-Agudo, relatore speciale delle Nazioni Unite sul diritto all’acqua potabile e ai servizi igienico-sanitari, ha portato il confronto nelle aree di guerra, citando Gaza tra i casi in cui la distruzione delle infrastrutture e le difficoltà di accesso alla risorsa hanno trasformato l’acqua in una componente dell’emergenza umanitaria.
Marta Valdes García, direttrice umanitaria di Oxfam International, si è concentrata invece sul nodo dei finanziamenti. Nei Paesi fragili o colpiti da guerre, ha spiegato, si crea un paradosso: sono territori che avrebbero bisogno di maggiori investimenti per infrastrutture e servizi idrici, ma proprio l’elevato livello di rischio rende più difficile ottenere prestiti e attirare capitali.
“Dobbiamo chiederci cosa guida gli investimenti: la convenienza o il bisogno?”, ha osservato Valdes García. Per Oxfam, nei contesti più fragili non è quindi sufficiente utilizzare i normali strumenti finanziari: occorre combinare risorse umanitarie, fondi destinati allo sviluppo e finanziamenti climatici, adattando i meccanismi alle condizioni dei singoli Paesi.
Valdes García ha indicato anche un criterio per misurare i risultati. Non basta contare quante infrastrutture vengono realizzate o quanti accordi vengono firmati: il risultato deve essere valutato sulla base di quante persone ottengono effettivamente accesso ad acqua sicura.
Un altro elemento riguarda il ruolo delle comunità. Oxfam chiede di andare oltre la semplice consultazione e di coinvolgere direttamente chi utilizza e gestisce quotidianamente la risorsa nelle decisioni sui progetti e sulla destinazione dei fondi. Valdes García ha richiamato, tra gli esempi, il lavoro svolto in Giordania, dove la gestione dell’acqua incide direttamente sul tempo delle donne e delle famiglie e quindi anche sull’accesso all’istruzione e ad altre attività.
