Ogni giorno che passa senza l’avvio delle aste per l’eolico offshore rischia di allontanare una parte consistente delle ricadute economiche che il settore potrebbe generare per il “sistema Paese”.
“Tra uno scenario che riesce a mettere in moto subito gli investimenti e uno caratterizzato dai ritardi, la differenza supera i 73 miliardi di euro di produzione e oltre 30 miliardi di euro di valore aggiunto”, ha spiegato Alessandra Lanza di Prometeia presentando un nuovo studio indipendente sul valore socio-economico della filiera offshore durante il quarto convegno nazionale di Aero, l’associazione delle energie rinnovabili offshore, il 10 giugno a Roma.
L’analisi, realizzata da Politecnico di Torino, Politecnico di Bari, Prometeia, Owemes, Intesa San Paolo, confronta due scenari che raggiungono entrambi 20 GW di capacità installata entro il 2050. A cambiare non è quindi il traguardo finale, ma la rapidità con cui il settore riesce ad attivare investimenti, occupazione e attività produttive lungo la filiera.

Eolico offshore, gli impatti sul sistema Italia: due scenari a confronto. Una differenza di oltre 30 milioni di valore aggiunto
Nello scenario di tempestiva attivazione degli investimenti, l’impatto complessivo sull’economia italiana raggiungerebbe 129 miliardi di euro di produzione attivata, 56 miliardi di euro di valore aggiunto e 25 miliardi di euro di gettito fiscale. L’impatto occupazionale supererebbe inoltre le 800 mila unità di lavoro annue equivalenti.
Nello scenario caratterizzato dai ritardi, gli stessi indicatori si fermerebbero rispettivamente a 56 miliardi di euro di produzione, 25 miliardi di valore aggiunto, 11 miliardi di gettito fiscale e circa 400 mila unità di lavoro
A illustrare il contributo che l’offshore potrebbe fornire al sistema energetico nazionale è stato Enrico Giglio del Politecnico di Torino. “Parliamo di oltre 50 TWh di produzione annua al 2050, circa l’11% della domanda elettrica italiana”, ha spiegato citando le prospettive di sviluppo del sistema energetico di Terna. Secondo le stime presentate durante il convegno, lo sviluppo dell’eolico offshore consentirebbe inoltre di evitare circa 635 TWh di approvvigionamenti energetici dall’estero.

Con l’eolico offshore fino a 60 miliardi di euro in meno destinati alle importazioni energetiche
Tradotto in termini economici, significa ridurre una parte della spesa destinata all’acquisto di energia e combustibili fuori dai confini nazionali. “Parliamo di circa 60 miliardi di euro che potrebbero rimanere nell’economia italiana”, ha sottolineato Giglio, evidenziando il contributo che l’offshore potrebbe offrire anche sul fronte della sicurezza energetica.
Lo studio evidenzia inoltre un forte coinvolgimento della manifattura, che arriverebbe a rappresentare circa il 35% del valore economico complessivamente generato dalla filiera offshore. La componente diretta e indiretta degli investimenti potrebbe generare circa 32 miliardi di euro di valore aggiunto e 443 mila occupati.
Le ricadute maggiori si concentrerebbero nel Mezzogiorno e nelle isole, che rappresenterebbero il 49% del valore aggiunto e oltre il 60% delle unità di lavoro generate. Un risultato legato alla localizzazione di gran parte dei futuri impianti offshore e delle attività portuali, logistiche e manutentive collegate. Allo stesso tempo, gli effetti si estenderebbero anche alle regioni del Nord, dove è maggiormente concentrata la capacità manifatturiera necessaria per produrre componenti, strutture e tecnologie della filiera. Tra le regioni che beneficerebbero maggiormente dello sviluppo dell’offshore figurano Sicilia, Puglia e Lombardia.

Mamone Capria: “Le imprese di Aero hanno già investito centinaia di milioni di euro, ma dopo 3 anni tutto fermo”
Il tema dei tempi è stato richiamato anche dal presidente di Aero, Fulvio Mamone Capria, che ha ricordato come il settore attenda ancora l’avvio delle procedure competitive previste dal Fer2. “Avevamo annunciato già nel 2023 che l’Italia avrebbe potuto raggiungere e persino superare gli obiettivi del Pniec per l’eolico offshore. Da allora sono passati tre anni e due anni dal Fer2, ma le cose non si sono mosse”, ha osservato.
Mamone Capria ha comunque evidenziato i progressi compiuti sul fronte autorizzativo, ricordando che i primi quattro progetti hanno già ottenuto il via libera e che un quinto è in fase di approvazione. “Abbiamo 2,8 GW di potenza pronti per entrare in asta”, ha affermato, sottolineando il lavoro svolto dalle imprese attraverso campagne di monitoraggio, rilievi, progettazioni e investimenti che hanno mobilitato centinaia di milioni di euro.
Per il presidente di Aero, la questione non riguarda soltanto la realizzazione degli impianti. “Non è un tema di maturità tecnologica”, ha spiegato, ricordando come altri Paesi europei stiano già sviluppando una filiera industriale avanzata per l’eolico offshore galleggiante. Il rischio, secondo l’associazione, è che l’Italia arrivi in ritardo e sia costretta ad acquistare all’estero tecnologie e componenti che potrebbero invece essere prodotti sul territorio nazionale.

Il Mase annuncia un confrono con la commisisone europea per rivedere il meccanismo delle aste
Proprio per questo Aero chiede una revisione del Fer2 e della tariffa di riferimento. Secondo Mamone Capria, i 185 euro/MWh previsti dal decreto non riflettono più le condizioni attuali del mercato né i costi sostenuti dagli operatori, in particolare per le connessioni alla rete. “Vogliamo costruire una filiera in Italia”, ha ribadito, indicando nei porti di Taranto, Augusta, Civitavecchia, Brindisi, Vasto e Oristano alcuni dei possibili poli di sviluppo dell’industria offshore nazionale.
Sul fronte normativo è intervenuto anche Alessandro Noce del ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica. Il dirigente ha spiegato che il Fer2 è stato concepito in una fase di mercato molto diversa da quella attuale e che proprio per questo è in corso un confronto con la commissione europea per aggiornarne il funzionamento.
L’obiettivo è adattare il meccanismo all’evoluzione che il settore ha conosciuto negli ultimi anni, in particolare nel comparto galleggiante, e creare le condizioni per la partenza delle procedure competitive attese dagli operatori.
