L’Appennino centrale volta pagina nella gestione del dissesto idrogeologico. I nove Piani di assetto idrogeologico (Pai) finora in vigore, nati in momenti diversi e caratterizzati da regole e cartografie non sempre omogenee, lasciano spazio a un quadro unitario per la gestione del rischio da frane e alluvioni. I nuovi strumenti sono stati presentati oggi dall’Autorità di bacino distrettuale dell’Appennino centrale (Aubac) nella sala polifunzionale della presidenza del consiglio dei ministri.
Il cuore della mattinata è stato però l’intervento del segretario generale dell’Autorità di bacino, Marco Casini, che ha illustrato un lavoro durato oltre due anni e costruito attraverso un lungo confronto con territori, enti locali, ordini professionali, associazioni di categoria e cittadini, dal quale sono arrivate più di 200 osservazioni.
“Per la prima volta sette regioni, 22 province, 901 comuni, quattro ministeri e i consorzi di bonifica si sono messi insieme con un obiettivo comune: dotarsi di un quadro unitario per la prevenzione e la gestione del rischio idrogeologico”, ha spiegato l’ingegner Marco Casini, segretario generale dell’Aubac.
La principale novità dei nuovi Pai non riguarda nuove perimetrazioni, ma l’armonizzazione di strumenti che fino ad oggi utilizzavano linguaggi diversi. “Prima avevamo nove Pai diversi, con mappe di colore diverso e modalità differenti di rappresentare il pericolo. Il primo lavoro è stato proprio quello dell’armonizzazione”, ha spiegato ancora il segretario generale dell’Autorità.

Accanto alle nuove cartografie arrivano anche regole uniformi per l’intero distretto, superando situazioni nelle quali territori confinanti applicavano criteri differenti di fronte agli stessi fenomeni. Tra gli elementi più innovativi illustrati durante la conferenza c’è la cosiddetta “marginalizzazione” del rischio idraulico, che consentirà di distinguere le aree realmente pericolose da quelle interessate da allagamenti limitati.
“Fino a oggi i Pai hanno spesso rappresentato le aree allagate indipendentemente dall’intensità del fenomeno, dalla velocità dell’acqua o dall’effettivo pericolo, mettendo nel tempo fuori gioco aree dove l’acqua arriva magari soltanto per pochi centimetri – ha spiegato Casini – Oggi siamo in grado di leggere meglio il fenomeno e consentire eventuale sviluppo in quelle aree dove l’acqua non costituisce un effettivo pericolo”.

“L’obiettivo non è limitare o vincolare il territorio, ma svilupparlo in piena sicurezza”, ha aggiunto Casini.
I nuovi Pai sono già operativi attraverso le misure di salvaguardia e diventeranno pienamente efficaci dopo il Dpcm atteso a breve. Per l’Autorità di bacino il lavoro, però, è appena iniziato: nei prossimi mesi partirà una fase di accompagnamento dei territori e dei comuni, chiamati a recepire le nuove disposizioni negli strumenti urbanistici e nella programmazione degli interventi di mitigazione del rischio.
“In questi tre anni e nove mesi di legislatura la commissione Ambiente è stata attraversata praticamente ogni stagione da un’emergenza”, ha ricordato il presidente della commissione Ambiente della Camera, Mauro Rotelli, citando la frana di Ischia, le alluvioni delle Marche, dell’Emilia-Romagna e della Toscana e, più recentemente, il ciclone Harry. “Questi strumenti invece ci permettono di fare prevenzione, conoscere meglio il territorio e individuare gli interventi più importanti”.

Un approccio condiviso anche dal viceministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, Vannia Gava, che ha ricordato come il 94 per cento dei comuni italiani sia esposto al rischio di dissesto idrogeologico tra frane e alluvioni. Per questo, ha spiegato, il ministero ha investito oltre 500 milioni di euro del Pnrr nei sistemi integrati di monitoraggio del territorio, mettendo insieme dati satellitari, sensoristica e modelli previsionali.
