Il fatturato delle imprese del riciclo meccanico delle plastiche cala per il terzo anno consecutivo, attestandosi a 685 milioni di euro (-1,1%, rispetto al 2024), mentre i volumi mantengono un leggero incremento (850mila tonnellate, +2%). A pesare è il secondo semestre 2025, con le quotazioni dei riciclati scese ai minimi del decennio e costi operativi ai massimi. Una combinazione che ha compresso i margini economici fino quasi ad azzerarli per gran parte dei polimeri.
È questo il quadro di un settore in crisi strutturale tracciato dal report 2025 sul riciclo meccanico delle materie plastiche, elaborato da Plastic consult per Assorimap – associazione nazionale riciclatori e rigeneratori di materie plastiche – e presentato ieri a Milano alla fiera Plast. Ad aprire l’appuntamento un videomessaggio del ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin.
Riciclo plastica, continua la crisi: per le imprese un altro anno con il segno meno
L’andamento dei volumi, in controtendenza rispetto al fatturato, da solo non basta a tenere in salute un comparto sotto pressione da più fronti, aggravato da costi energetici esplosi al 135 €/MWh a dicembre – oltre il 40% in più rispetto al 2021.
È in questo scenario che Walter Regis, presidente di Assorimap-Confimi, descrive un mercato che non funziona: “Gli utili sono azzerati per tutte le imprese, resistono quelle che affiancano al riciclo altre attività – raccolta, selezione, segmenti diversificati. Ma il problema va oltre i bilanci aziendali: il riciclo meccanico è l’anello finale della raccolta differenziata e una leva concreta per ridurre il contributo nazionale alla plastic tax europea, indebolirlo significa indebolire l’intero sistema”.
Unica eccezione in un settore dove il valore continua a scendere è l’R-Pet (polietilene tereftalato riciclato, ndr) che supera le 228mila tonnellate e diventa per la prima volta il segmento con il fatturato più alto del settore (272 milioni, +8,8%), davanti al polietilene.
Regis (Assorimap-Confimi): “Servono crediti di carbonio e obbligo di utilizzo di riciclato nei beni e imballaggi”
“Il Pet è un caso a parte perché trainato dalla direttiva europea Sup, che per bottiglie per bevande prevede obblighi sul contenuto di riciclato”, commenta Paolo Arcelli, direttore di Plastic consult. “Per altri polimeri, polietilene flessibile e rigido in testa, gli obblighi arriveranno solo nel 2030. E infatti, la concorrenza sleale di questi materiali spacciati per riciclati è aggressiva”. Ma la crescita del R-Pet va monitorata. Arcelli avverte: “La commissione europea ha indicato che, ai fini della rendicontazione, conteranno solo i riciclati da rifiuti post-consumo made in Europe. Un elemento che cambierà gli equilibri del mercato nel 2026-27”.
I problemi strutturali restano irrisolti in un settore composto da 350 imprese attive – inclusi raccoglitori e selezionatori di rifiuti e scarti industriali -, oltre 240 produttori di materie prime seconde e 88 impianti specializzati in plastica post-consumo.
Oltre alla mancanza di codici doganali specifici, per bloccare l’ingresso di materiali presentati come riciclati ma offerti a prezzi da plastica vergine, mancano misure concrete che il tavolo sulla crisi del riciclo del ministero dell’Ambiente non ha ancora prodotto. L’associazione ne chiede il rilancio: “Con un mandato preciso e tempi certi, e accordi di filiera vincolanti in cui chi finanzia il sistema attraverso i contributi ambientali si impegni concretamente ad acquistare riciclato”, spiega Regis.
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E mentre la Francia e altri paesi europei hanno già varato interventi dedicati, l’Italia non ha ancora politiche utili per il comparto: “Per rilanciare la competitività servono due misure concrete: riconoscere il valore ambientale del riciclato attraverso meccanismi come i crediti di carbonio, e introdurre obblighi di utilizzo delle plastiche riciclate nei beni e negli imballaggi”, conclude il presidente di Assorimap-Confimi.
