“Se vogliamo che la transizione circolare del nostro Paese riprenda il passo degli anni scorsi è fondamentale il coinvolgimento significativo delle piccole imprese”. Parola di Marco Baldi, responsabile dell’Area studi e ricerche di Cna, alla presentazione del sesto rapporto nazionale sull’economia circolare .
Baldi ha citato almeno “4 buoni motivi” per coinvolgere le piccole medie imprese. Il primo è che senza piccole imprese non può esserci transizione circolare: “un dato strutturale”, visto che in Italia “il 97% delle imprese attive nella manifattura ha meno di 50 addetti, e se scendiamo a quelle con meno di dieci addetti arriviamo all’81 per cento”. Un altro motivo è che “le nostre imprese sono presenti nelle più importanti filiere del Made in Italy, questo significa presidiare mercati molto evoluti e questi mercati si attendono anche sostenibilità ambientale e soluzioni di economia circolare. Associare al brand ‘bello e ben fatto’ il paradigma della circolarità può dare nuova spinta al Made in Italy nei mercati globali”.
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Manutenzione e riparazione: in Italia 600mila piccole imprese
Ma si possono fare riflessioni più ampie: “In Europa il 77% dei consumatori preferirebbe riparare i propri beni piuttosto che acquistarne di nuovi e anche il Parlamento sta lavorando sul concetto del diritto alla riparazione. Ebbene, noi abbiamo 600mila piccole imprese che sono attive nel settore della manutenzione e della riparazione”. In particolare: “300mila operatori dell’edilizia e impiantistica che in questo momento più che a costruire il nuovo sono impegnate ad ammodernare ed efficientare l’esistente; 80mila operatori impegnati nella riparazione di veicoli (dalle auto ai biciclette); 40mila operatori che riparano gli elettrodomestici; e tutti quei riparatori che si occupano del tessile o della manutenzione del paesaggio”.
Nel sesto rapporto sull’economia circolare è presente un’indagine sulle aziende associate a Cna. “I risultati ci dicono che siamo messi molto bene: il 65% delle imprese dichiara di aver messo in campo delle pratiche circolari, solo il 24% non se n’è mai occupato. Rispetto al 2021 abbiamo una progressione molto significativa: all’epoca la metà delle imprese non aveva attuato nessuna pratica circolare”

Burocrazia principale ostacolo della transizione circolare
Le pratiche più diffuse: utilizzo di materiali riciclati, riduzione degli imballaggi, utilizzo di imballaggi riciclati. “Il 32,2% riguarda la realizzazione di prodotti con materiali riciclati, il dato arriva al 45% se guardiano solo all’industria manifatturiera; siamo molto indietro invece per quanto riguarda l’eco-progettazione dei prodotti per renderli riciclabili, ma probabilmente è il settore più promettente” .
Gli ostacoli alla transizione circolare sono gli stessi che denunciano le imprese quando affermano che non riescono a sviluppare la propria attività. In primis quindi “la complessità burocratica”. A seguire “l’assenza di strutture di supporto nel passaggio all’economia circolare, l’assenza di incentivi e agevolazioni, intervenendo su questo fronte avemmo una partecipazione ancora maggiore”.

Una nota dolente, l’unica emersa, è che c’è una percentuale maggioritaria delle imprese che non è interessata a strumenti di misurazione e certificazione delle pratiche circolari che adottano. A questo si associa un problema di tipo culturale: “Due terzi delle imprese non raccontano quello che fanno sul fronte della circolarità, come se la facessero senza essere fino in fondo consapevoli”.
