La Regione Umbria ha lanciato “Siero”, un progetto innovativo per la bonifica di vaste aree contaminate da solventi clorurati, sostanze tossiche che rendono inutilizzabili molte falde acquifere. Il nome del progetto non è casuale: la tecnica prevede l’uso del siero di latte, uno scarto dell’industria casearia, che viene iniettato nel sottosuolo per favorire la biodegradazione naturale degli inquinanti.
La tecnica è già stata sperimentata con successo in aree circoscritte da aziende private, ma è la prima volta che si tenta di applicarla su scala regionale. La sperimentazione partirà da un campo pilota nella piana di Ponte San Giovanni, non lontano da Perugia, su un terreno di proprietà della cooperativa Grifo Latte. Se i risultati saranno positivi, si passerà a una gestione in scala reale e infine all’estensione del metodo a tutta l’Umbria.
“Siero vuole diventare un punto di riferimento a livello mondiale”, ha dichiarato l’assessore all’Ambiente Thomas De Luca. “È il primo esempio italiano di bonifica territoriale integrata secondo i principi dell’economia circolare. Un progetto che parte da un rifiuto – il siero – e restituisce acqua pulita a comunità che oggi non possono usare le proprie risorse idriche”.

Bonifica delle falde, in Umbria progetto con siero di latte su vasta scala
In Italia sono stati prodotti oltre 37mila tonnellate di tetracloroetilene (PCE) e tricloroetilene (TCE), noti anche come trielina. Questi solventi, usati in passato per sgrassare metalli, lavaggi a secco e lavorazioni industriali, hanno contaminato falde in molte aree del Paese. In Umbria le zone più colpite sono sei: Alta Valle del Tevere, Conca Eugubina, Conca Ternana, Media Valle del Tevere Nord e Sud, Valle Umbra.
Alla presentazione del progetto, il direttore generale di Arpa Umbria, Alfonso Morelli, ha sottolineato che “Siero” rappresenta una delle prime iniziative pubbliche regionali sulle bonifiche. “Vogliamo promuovere innovazione, ricerca e formazione: nella rete ci sono anche realtà come ITS Umbria Academy, per offrire opportunità di specializzazione nei nuovi processi tecnologici”.
Andrea Sconocchia, responsabile del Servizio Bonifiche di Arpa Umbria, ha evidenziato i vantaggi dell’approccio: “Finora, bonificare vaste aree inquinate era troppo costoso. Per questo si finiva per vietare l’uso delle falde, lasciando intere zone depotenziate. Con questa tecnica, invece, si può davvero intervenire”.
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Una rete di attori pubblici e privati
Un aspetto innovativo del progetto della è anche la collaborazione tra enti pubblici, aziende e comunità locali. Oltre alla Regione e ad Arpa, partecipano aziende casearie, che potranno smaltire gli scarti in modo utile, e Comuni con falde inquinate. Anche gli autotrasportatori sono coinvolti per la logistica.
“Potremmo persino pensare a un riconoscimento per le aziende che contribuiscono alla bonifica fornendo il siero di scarto”, ha suggerito Sconocchia.

Come funziona il siero del latte
A spiegare nel dettaglio il funzionamento è stato Andrea Campioni, responsabile italiano della Ramboll, la società che seguirà i lavori sul campo: “Le sostanze come la trielina rimangono nelle falde anche per decenni. Per eliminarle serve un intervento attivo. Il siero di latte, grazie alle sue proteine, attiva batteri già presenti nel sottosuolo che, in assenza di ossigeno, accelerano la degradazione degli inquinanti anche dieci volte più velocemente rispetto alle condizioni naturali”.
Il risultato? “Ridurre drasticamente i tempi di bonifica e riportare in tempi brevi le acque a livelli compatibili con l’uso potabile”, ha spiegato Campioni.
Ramboll lavora da oltre 12 anni su questa tecnologia. “Abbiamo ottenuto ottimi risultati in Piemonte e a Narni – ha detto Campioni – dove un’area industriale è tornata pienamente operativa grazie alla bonifica. Se anche in Umbria il progetto andrà bene, potremo esportare questo modello in altre zone d’Italia, a partire dalle aree più contaminate della pianura padana”.
Possibile applicazione anche a Milano, Torino e altre città industriali
“Questo è il primo esempio, che mi entusiasma particolarmente, di una vera collaborazione tra pubblico e privato in questo settore – ha concluso il rappresentante di Ramboll -. È anche uno dei pochi tentativi di estendere a un’area vasta una tecnologia che finora aveva funzionato solo su scala ridotta. Considerando che molte zone intorno a Milano, Torino e altre città industriali, soprattutto in pianura, sono ancora contaminate, questo approccio potrebbe aprire la strada a interventi capaci, nel tempo, di riportare la qualità delle acque di falda a condizioni che non si vedono da oltre un secolo”
