A pochi giorni dalla presentazione del rapporto “L’Italia che ricicla”, in programma il 5 dicembre, Paolo Barberi, presidente di Anpar, mette subito in chiaro quello che considera «uno dei temi strategici» per le aziende del settore del riciclo degli inerti e della produzione di aggregati recuperati: riconoscere il valore economico del risparmio ambientale garantito dall’utilizzo dei prodotti ottenuti dal riciclo dei rifiuti. Per Barberi, si tratta della condizione necessaria per dare stabilità a una filiera che opera su basi industriali solide e con risultati ormai consolidati.
L’Italia, infatti, si colloca tra i Paesi europei con le performance più alte. Secondo l’ultimo rapporto Ispra, ogni anno vengono recuperate circa 60 milioni di tonnellate di rifiuti inerti, pari a circa l’81% del totale prodotto. Numeri che descrivono una capacità industriale matura e diffusa, e che mostrano come quella degli aggregati recuperati sia una realtà solida, tecnologicamente avanzata e capace di competere.
Riciclato C&D all’81%, ma un quarto del materiale non trova utilizzo
Questo però non basta. «Se ogni anno il 25-30% dei materiali recuperati resta inutilizzato — non perché non sia conforme, ma perché non vengono prese le decisioni necessarie affinché quei materiali vengano effettivamente impiegati — a un certo punto il sistema si ferma», spiega Barberi. «È lo stesso meccanismo visto nella filiera del legno, quando l’arrivo di grandi quantità di legno vergine dall’Est Europa bloccò improvvisamente l’utilizzo del legno-rifiuto».
Per evitare lo stesso scenario negli inerti, Anpar porterà il 5 dicembre alcune proposte di intervento. «Si potrebbe agire sull’Iva», afferma Barberi, «oppure prevedere un credito d’imposta calcolato su un valore medio nazionale della tonnellata di aggregato recuperato. Un’altra possibilità è l’introduzione dei certificati di riciclo, che premiano chi ricicla o chi utilizza il riciclato e che possono essere ceduti, come avviene per i certificati energetici». Secondo il presidente, questi strumenti consentirebbero di rendere stabile la domanda e ridurre le oscillazioni del mercato.
Anpar, 25 anni di storia. Imprese sempre più innovative
Il rapporto arriva mentre Anpar festeggia i suoi venticinque anni. L’associazione è nata dall’intuizione di tre soci fondatori e oggi rappresenta circa duecento aziende tra gestori d’impianto e fornitori di tecnologie, servizi e consulenze. «In questi anni abbiamo contribuito alla scrittura di regolamenti, norme tecniche e linee guida, e dialogato con Ministero, Regioni e agenzie di controllo», ricorda Barberi.
Una parte crescente delle imprese associate si distingue anche sul fronte dell’innovazione. Negli ultimi anni hanno sviluppato aggregati idonei per calcestruzzi CAM, mix specifici per l’industria della prefabbricazione e dell’arredo urbano, e miscele cementizie a bassa resistenza per il riempimento dei cavidotti stradali, un mercato cresciuto molto in particolare nell’area di Roma. «Sono risultati ottenuti con investimenti importanti in ricerca e sviluppo, per produrre materiali riciclati in grado di rispondere a esigenze sempre più diversificate», sottolinea Barberi.
Nuovo regolamento End of Waste, “bene, ma ci sono ancora difformità da correggere”
Gran parte del lavoro recente dell’associazione ha riguardato il DM 127/2024, il nuovo regolamento End of Waste degli inerti. «È un provvedimento che consideriamo migliorativo», spiega il presidente, «ma oggi il problema è che non viene applicato nello stesso modo in tutta Italia». Le difformità sono prima di tutto geografiche: cambia molto da Regione a Regione e, in alcuni casi, perfino da Provincia a Provincia.
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Barberi cita casi concreti. In una provincia piemontese, ad esempio, viene chiesto agli impianti di tenere separati tutti i lotti di aggregato recuperato, senza possibilità di accorparli una volta analizzati e certificati. «In pratica — osserva — un impianto autorizzato per 300 mila tonnellate l’anno dovrebbe avere superfici enormi, come decine di campi da calcio, solo per stoccare i materiali in cumuli separati». Nella provincia accanto, invece, l’accorpamento dei lotti è consentito. Il risultato è che chi lavora nel primo territorio ha costi maggiori e più vincoli, mentre chi opera poco distante può gestire i materiali in modo più semplice e competitivo.
In alcune zone d’Italia, inoltre, le agenzie ambientali considerano ancora che un aggregato recuperato non utilizzato entro dodici mesi debba tornare a essere rifiuto. «È una posizione che è stata smentita più volte», ricorda Barberi, «ma che in certi territori continua a creare problemi». Le aziende, in questi casi, sono costrette a vendere rapidamente ciò che producono, senza la possibilità di fare scorte, e non riescono a garantire i quantitativi necessari per le grandi opere.
Per questo un passaggio centrale è oggi il monitoraggio previsto dal DM 127/2024, avviato dopo la pubblicazione del decreto. «Nel monitoraggio stiamo segnalando tutte queste situazioni», spiega il presidente, «proprio per chiedere al Ministero di arrivare a un’applicazione uniforme del regolamento».
“Nuovo regolamento europeo, vincoli troppo rigidi. Le aziende preparano un documento congiunto
Accanto al quadro italiano, l’associazione è impegnata nel seguire la stesura del nuovo regolamento europeo sugli aggregati recuperati. La prima bozza è stata messa in consultazione dal Joint Research Centre di Siviglia, e Anpar ha inviato le proprie osservazioni. Il nodo principale, spiega Barberi, riguarda il rischio che il testo recepisca automaticamente le norme più restrittive adottate da alcuni Stati membri, con effetti potenzialmente pesanti per i Paesi — come l’Italia — che hanno sviluppato un sistema maturo e controllato.
Il tema è stato discusso anche il 18 novembre in un tavolo tecnico europeo, dove è emerso quello che diversi partecipanti hanno definito un paradosso: se vengono fissati criteri molto severi per i materiali in ingresso al processo di recupero e requisiti chimici stringenti per i materiali in uscita, imporre anche limiti d’uso molto ristretti rischia di risultare contraddittorio. «Se controllo con estrema attenzione ciò che entra nel processo e applico requisiti rigorosi a ciò che esce, non ha senso introdurre ulteriori restrizioni sull’impiego», è stato osservato. «La somma dei vincoli — criteri in ingresso, requisiti in uscita e limiti d’uso — può finire per bloccare l’intero settore del recupero».
In vista dei prossimi passaggi, Anpar sta predisponendo un documento da condividere con le altre associazioni europee, con l’obiettivo di arrivare a una posizione comune che eviti un irrigidimento eccessivo del nuovo quadro normativo.
Aggregati riciclati, non chiamateli prodotti di serie B. Lo studio
Sul piano tecnico, la qualità degli aggregati recuperati è ormai ampiamente documentata. Barberi richiama lo studio condotto dall’Università di Pisa sotto il coordinamento del professor Alessandro Marradi, che ha monitorato per quindici anni tratti di superstrada realizzati con materiali naturali e materiali riciclati. Il lavoro ha mostrato che i tratti costruiti con aggregati riciclati non solo garantivano prestazioni equivalenti, ma miglioravano nel tempo grazie alla progressiva attivazione del legante residuo presente nel materiale. Nei tratti realizzati con materiali naturali, invece, si registrava un lento degrado delle prestazioni. «Sono dati oggettivi, che confermano che la qualità del riciclato è pienamente adeguata e in alcuni casi superiore», sottolinea Barberi.
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Resta però il tema dell’impiego ancora limitato. «La diffidenza è ancora forte», osserva il presidente. «Un direttore dei lavori, davanti a un materiale vergine che non richiede verifiche e un riciclato che deve essere controllato anche dal punto di vista ambientale, tende a scegliere il primo». A questo si aggiunge la scarsa conoscenza delle norme: «Esistono ancora capitolati basati su norme UNI ritirate da quindici anni». Nei territori più complessi, inoltre, la disponibilità dei quantitativi è ostacolata dalle interpretazioni restrittive delle agenzie ambientali: gli impianti non possono accumulare scorte sufficienti per le grandi opere, che richiedono volumi molto elevati. Anche se, precisa Barberi, questo è uno dei problemi che con il nuovo regolamento dovrebbe finalmente essere risolto.
Barberi riassume così il messaggio che Anpar porterà il 5 dicembre: «L’economia circolare non funziona se i materiali non vengono utilizzati. Riconoscere il valore economico del risparmio ambientale non è un premio al settore, ma una condizione necessaria per evitare che un sistema che oggi produce qualità e riduce l’impatto ambientale finisca in difficoltà».
